Accomodatevi.

Era un’estate degli anni ottanta, primo pomeriggio. Non avevo ancora vent’anni.

Vedo mamma che, dopo aver tirato a lucido il lavello e tutto ciò che può brillare in cucina, corre a mettersi in ghingheri.

“Stiamo uscendo?” Chiedo.

Mi volto e vedo papà con il gilè.

“Sì stiamo uscendo!  Dove stiamo andando?” Sperando che almeno a questo risponda qualcuno.

“Da una mia collega! Viene anche la zia Rosetta. Vestiti e non farmi fare brutta figura!” Dice mamma.

Eccola zia Rosetta che arriva, camicetta rosa e gonna in gabardine lilla. Tutta pastello insomma.

Usciamo di casa. Ero tutta eccitata una collega di mamma! Non che fossi interessata ma almeno si usciva. Per l’occasione avevo indossato il vestitino rosa mini mini. Quelli che se ti chini mostri il mappamondo.

Eccoci tutti in macchina con mamma che racconta della collega, del figlio bla bla bla… io guardo fuori dal finestrino e mi preparo al tragitto.

Dopo cinque minuti di imprecazioni di papà verso tutto quello che si muove intorno a noi, siamo arrivati.

“Scendete!” Ordina papà.

“Azz. quanta strada!” Dico io. “Venivamo a piedi almeno si prendeva una boccata d’aria!”

“La pianti?” Mi fulmina mamma mentre aiuta zia a scendere. Che poi mica era vecchia zia, non si voleva sporcare la gonna contro la portiera della macchina. Eccerto perchè papà mio ci passava il grasso intorno alle portiere una volta alla settimana!

“Ma ciao finalmente siete arrivati! Vi stavamo aspettando!” Ci accoglie la collega di mamma. “Entrate! Accomodatevi!”

Ci precede nel salotto buono. Quello che in ogni casa che si rispetti c’è. Perchè metti che arriva qualcuno un posto lindo e pulito per ricevere l’ospite ci deve essere. Anche a casa mia c’era ma, noi, ospitavamo in tutta la casa. Praticamente mamma ti lasciava camminare perchè non sapevi volare, ma, le scarpe te le toglievi fuori! Ha piovuto e l’impermeabile gocciola? Fuori! Ci avevamo l’appendiabiti fuori noi.

Il bagno non si deve sporcare metti che l’ospite deve entrarci. Tutta casa doveva essere linda e pronta ad ospitare.

Che poi quando l’ospite arrivava, mamma, lo accoglieva in cucina perchè così non si sentiva in suggestione.

“Accomodatevi! Accomodatevi!” Ripeteva la collega di mamma. la signora Rosa.

“Siediti cara, come sei diventata grande!” Mi dice prendendo una delle sedie. Avete presente quando, per non rovinare la stoffa, lasciano la plastica? Ecco! Quella plastica era vissuta. Opacizzata dagli strati di pelle di tutte le sventurate che, come me, in estate, con la minigonna, si erano sedute per poi, alzarsi di scatto.

Non potendo evitarlo accettai l’invito. Nella stanza c’era anche una poltrona. L’unica a non avere la plastica. La padrona di casa iniziò a mostrarci le trine e i merletti fatti dalle sue manine, che la ornavano. Praticamente zia si era seduta su un altare! Sprofondata tra cuscini immacolati e ricamati, zia se la godeva. Prima accavallava una gamba poi l’altra… finchè entrò il marito della collega di mamma.

“Buongiovno!” Salutò facendo il giro delle presentazioni. Il tipo aveva la evve. “Stai, stai seduta.” Mi disse. “Col piffero che mi alzo adesso!” Pensavo mentre gli tendevo la mano.

“Come sei diventata gvande!” Esclamò lui, stritolandomi una guancia. Rimasi appesa alle sue dita per un intero minuto. Bastavdo!

La conversazione iniziò e terminò con il racconto del figlio marinaio.

“Umbevto, vedessi il mio Albevto come si è fatto gvande!”

Ogni volta che il marito parlava, zia rideva e pisciava.

Era pericoloso far ridere zia a meno di non essere in bagno. Perchè zia non riusciva proprio a trattenere la pipì.

E mi bastò un suo sguardo per capire che la poltrona stava naufragando.

Iniziò uno scambio di sguardi. Il mio implorava dimmi che non è vero! Il suo scosso dalle continue risate che invece confermava la tragedia.

“Umbevto, che peccato che non vestate ancora un po’” Stavamo per andare. Tutti in piedi e zia seduta.

“Andiamo Rosa!” La chiamò mamma.

“Vieni quiiii.” Mi disse zia. “La gonna è bagnata! Stammi davanti!”

Finalmente si alzò e quel delicato color lilla era diventato viola scuro. La gonna era davanti lilla e dietro viola.

“Scusa zia, se ti sto davanti dietro ti vedono, se mi metto dietro pensano che siamo sceme!” Lei mi guardò, girò la gonna di lato, mi prese per un braccio e mi disse:

“Non ti muovere di qui!”

Due sceme uguale! Dove si muoveva una l’altra appiccicata.

I padroni di casa ebbero la brillante idea di accompagnarci alla macchina e salirci senza dare nell’occhio iniziava a diventare un miracolo. Aggiungiamo che mamma ormai qualcosa aveva fiutato, in tutti i sensi.

Appena la portiera si aprì vi lanciai dentro zia. Mi misi davanti e salutai calorosamente i padroni di casa disposta a lasciarmi appendere ancora per la guancia se necessario.

La scampai e, miracolosamente, mamma non si accorse della gonna. Sarà che zia per l’intero tragitto di cinque minuti la sventolò all’aria dei finestrini aperti…

Alcuni giorni dopo mamma tutta preoccupata parlava con papà. Stava dicendo che la collega non si faceva più viva con lei. Che fosse successo qualcosa?

Appresi che si erano appena trasferiti in quella casa. La nostra visita era stata una specie di inaugurazione!

Per questo non potevano lasciare a casa zia!

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