Chi si ferma è perduto!

Ma è viaggiando che mi sono persa.

Persa tra colori, musiche e profumi.

Persa tra la gente, con la gente, per la gente.

Il viaggio più affascinante resta quello tra i Popoli

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Il pacco

2b763e3c5dd311e3bad51265e271254f_8Il Natale! Atteso dai più piccoli per un intero anno. Luci, musiche e tutto ciò che rende più magica l’atmosfera.

I bambini ne restano incantati mentre aspettano la famosa mattina dove, sotto l’albero acceso, scarteranno i regali.

Perchè, diciamocela tutta, Babbo Natale o chi per esso la letterina l’ha letta!

Come ogni bimbo anch’io aspettavo, occhi sbarrati orecchie tese, di fiondarmi giù dal letto a vedere cosa giaceva ai piedi del mio albero.

Eccoliiii! Due massimo tre pacchi. Ne prendo uno curiosa, felice non sto più nella pelle,  sto per strappare la carta ma, dietro le mie spalle il “Non rompere la carta!” troneggia.

La prima delusione della mia vita.

“Come non devo romperla…” penso mentre da brava bimba eseguo gli ordini di mamma che dall’alto, sempre dietro di me fissa, osserva e dirige l’operazione.

La carta per i pacchi, soprattutto natalizia, ha il suo valore nella mia famiglia.

Per famiglia intendo mamma e la sue sorelle. Sette femmine con il pallino della carta di Natale. A papà non fregava una beata fava.

Un pacco regalo che si rispetti, sempre secondo le mie “befane” deve avere una bella carta e un bellissimo fiocco. Ho visto membri della famiglia “sparire” solo per aver avuto la brillante idea di consegnare un regalo senza averlo incartato con scuse tipo: “Ero di fretta non ho fatto in tempo”il famoso “tanto sei grande”.

Quando consegna un pacco regalo ad una delle mie Befane la prima frase è “uuuh che bella carta” più grande è il pacco più son felici. Mentre attentamente scartano, pensano già cosa ci potranno incartare il prossimo anno. Ovvio la carta viene riciclata. Meno la tagli meglio è, meglio piegarla! Mi è venuto il dubbio che l’origine degli origami abbia qualcosa a che vedere con loro. Scartavo pacchettini, senza dubbio ben confezionati, in quello che poteva essere un aquilone! Il peggio è che ne ero felice.

La carta usata però si vede che non è nuova. Nessun problema si stira! Con attenzione, ma si stira. Zia Concetta armata di vaporella e fazzoletto per proteggerla. Mia mamma una volta aveva pensato anche di inamidarla. Nonna no, lei non la stirava, lei ti diceva che era “vissuta” e tutti i torti non li aveva perchè dopo alcuni anni di questa pratica la carta acquisiva il suo bell’albero genealogico. “Questa era di zia Rosa! Che la regalò a Denise che la regalò a Manuela che…” Se nutrivate dubbi sulla potenza di memoria di una donna ora avete la conferma che è di ferro! La frase: “questa carta l’ho già vista” accompagnata da meraviglia scatenava discussioni e litigi perchè ognuna aveva la propria di memoria.

Una sposa che si rispetti ha la sua carta! Nuova penserete voi.  Se tiene con cura quella usata per i regali di nozze certo o si tiene quella che mamma le ha messo via e fa parte del corredo. Quella dei regali di nozze non è natalizia?La “personalizzi” la dipingi tu, sei brava hai fantasia! In quel momento realizzi che, alcune delle carte regalo che ti hanno propinato per “rare” erano il frutto delle loro personalizzazioni. Arrivi a casa le scovi e le bruci. Perchè tu sei diversa da loro, tu la carta la comprerai ecco! Ignara di cosa ti aspetterà entri nel negozio le scegli, le paghi ci impacchetti i regalini e glieli consegni. E aspetti. E inizi a preoccuparti. Le Befane se ne stanno lì a bocca aperta, perse. Non la riconoscono e smarrite sussurrano: “Grazie del pensiero Manu, che bella carta!” Accogliendo la neo-nata.

Bagagli

Mi sento come alla fine di un viaggio, quando me ne resto li’ con il bagaglio in mano, a chiedermi cosa ho scordato di vivere.
Scavo nei ricordi tra le risa e gli sguardi, tra i visi ancora vivi nella mente,tra i colori e tra i profumi che restano dentro più delle parole.

In ogni viaggio il bagaglio che vale, è quello del ritorno.

 

Tom

Mi perdo!

Sono in grado di perdermi ovunque, negli uffici, nei supermercati… mi perdo a piedi, in macchina… riesco a perdermi il posto anche in aereo, se mi urge la toilette.

Non che mi faccia grandi problemi sia chiaro, alla fine mi ritrovo sempre.

Lo sanno tutti che l’uomo ha il senso dell’orientamento più sviluppato di quello della donna. Mica è colpa mia se, le donne, ai tempi delle caverne, lì giacevano con prole mentre, il prode Flinstone se ne andava per i dintorni a cacciare la pappa. Che ci posso fare io!

Anche nell’uomo la capacità di orientarsi sta svanendo… sarà colpa di Tom?

 

 

Un sabato, di un paio di mesi fa, mio marito torna a casa…

“Manuuuu” chiama.

“Eh?” rispondo.

“Dove sei? Ho un regalo per te!”

“Ah si?” fingo indifferenza raggiungendolo. In realtà ho il portapenne che scodinzola dalla gioia. Salterei peggio di una bambina ma, mi trattengo.

“Vuoi sapere cos’è?” chiede tenendo le mani dietro la schiena. “Chiudi gli occhi e stendi la mano”

Detesto questo giochino, mi viene di sbirciare, ma lo accontento. Allungo le mani e lui ci posa qualcosa.

“Indovina di cosa si tratta!”  dice ridendo mentre con uno dei suoi badili mi tiene chiusi gli occhi.

Inizio a palpare… è qualcosa di duro, dalla forma sconosciuta… ma non è la scatoletta di un orefice, rinuncio dopo trenta secondi.

Mi libera in modo che io possa guardare cosa tengo in mano. Eh infatti lo guardo… lo giro, lo rigiro… alzo lo sguardo deluso verso il marito che, felice come una Pasqua che poco ci manca che si mette a saltellare per l’entusiasmo…

“Cos’è?” chiedo.

“Ma è il TomTom! Così non ti perdi più!” dice lui eccitatissimo.

“Oh” rispondo sempre meno entusiasta.

“Non ti piace?”

“Ma certo che mi piace! Non potevi farmi regalo più utile!” mento spudoratamente.

“Andiamo a provarlo!” propone lui “così impari ad usarlo”

“Io?”

“L’ho regalato a te! E tuo!”

“Che culo penso…”

Me lo studio per un po’, decido che so usarlo e lo ripongo. Prima o poi servirà.

Poco dopo l’occasione si presenta. Dobbiamo accompagnare un’amica alla stazione di Chiasso.

“Manu prendi il TomTom!” il marito non si è dimenticato.

“Ah ci hai il TomTom! Anche mio marito! E’ comodissimo! Prendilo!” pure l’amica ci si mette… prendiamo sto coso!

Ecco si parte marito alla guida, io al suo fianco amica dietro.

“Metti il TomTom nell’apposito supporto!” dice marito.

“Eh si… lì va messo” amica.

Metto Tom al posto suo.

“Non lo accendi?” marito

“Eh si se non lo accendi non funziona” amica

Accendo Tom… Riaccendo Tom…

“Sarà mica scarico?” marito

“Eh per me si non si illumina! però il nostro lo usa il marito io non mi intendo” amica.

Prendo il cavetto collego il povero Tom all’accendisigari e finalmente si accende!

Tutti felici! Per tutti intendo marito e amica dietro.

Non percorriamo dieci metri che Tom inizia a parlare, a vanvera, che più che un navigatore mi ricorda il Furby.

“Dovrà caricarsi!” amica dietro.

“Si si perchè riconosce la strada da solo!” marito.

Io taccio e sorrido, quel povero Tom dovrebbe sapere dove andare, una destinazione! Penso…

“Prova a mettergli la destinazione!” marito

“Ah non gliel’hai messa? Mio marito ci mette un attimo!” amica dietro.

Lo prendo in mano ed inizio a pigiare a caso, fingendo di sapere esattamente come si imposta, tanto che ci vuole! Prima o poi, per sbaglio ci prendo!

“Perchè non me lo dai? Ci provo io!” amica dietro.

“Sì anche perchè tra poco siamo arrivati in Svizzera!” marito ironicamente.

Passo Tom dietro, lei smanetta a caso, lo sbatacchia lo dirige a destra a sinistra, vede che nulla accade e me lo ripassa.

“Siamo arrivati!” marito mentre posteggia.

Alzo lo sguardo e azzardo un “ne siamo certi?”

“Scendiii” marito e amica all’unisono.

Metto Tom in borsetta, metti che me lo fregano!

Entriamo in Stazione, lei fa il biglietto, si guardano gli orari e ci si dirige al bar. C’è tempo per bere qualcosa.

“Che prendi Manu?” amica.

“Niente cara non ho sete” rispondo sorridendo. Lei si alza e va ad ordinare una birra per mio marito e un caffè per lei.

Al tavolo arrivano: una birra. un caffè… e un limoncello.

“Questo te lo offro io!” amica “e non puoi dire di no”

Mi sposto sulla sedia, per avvicinarmi al tavolino, allungo una mano e…

“Appena possibile invertire il senso di marcia…”

La mia borsa parla! Tutti si girano…

“Fanculo Tom!” penso mentre faccio finta di niente “io il limoncello lo bevo!”

Dal finestrino.

Quello che sorride sempre
Quello che va di fretta
Quello in pigiama
Quello che ha mal di denti e si è portato il ghiaccio legato alla guancia
Quello che, se non capisce che nel posto davanti al mio non ci sta, tra poco lo lincio … ah no è quella
Quella che tiene la borsetta come se custodisse chissà che tesoro
Quella con due borse
Questo che bussa al finestrino per una firma
Quello che è arrivato in moto ma il casco non lo leva quando scende
Quello che continua a venire a bussare al mio finestrino per sta cazzo di firma
Quello che litiga al cellulare mentre il vento gli scompiglia i capelli … tre
Quello che mi sventola la cartellina per la firma perchè bussarmi non gli basta più … ma non mi si obbliga a far nulla ciccio.
Quello che non ha capito che fa ancora caldo ma si veste da calendario
Quella che ha caldo … troppo
Quello con i calzoni mimetici e il golfino fatto all’uncinetto
Quello che si sente figuo
Quello che al mio finestrino ha deciso di viverci
Quello che sgrida la moglie ma lo sguardo di lei sa di vendetta … tremenda vendetta
Quello che non sa fare manovra e mi chiede di spostarmi, fare il giro e tornare cosi’ lui si mette dritto. Ora giace in camera mortuaria drittissimo da far invidia
Quello che non si capisce dove finisce il borsello
Quello figuo figuo che, se bussasse lui al finestrino io apro si sicuro e gli firmo anche le mutande
Quella che non si cambia da una settimana
Quelli che si spostano in branco
Quello che sembra avere un casco di banane in testa
Quello che gli ha cagato in testa un piccione
Quella che non riesce ad accendere la sigaretta perchè c’è vento, tanto vento, pero’ il cielo è blu… pero’ le posizioni che assumi cara potrebbero esser interpretate male
Quello sempre attaccato al finestrino già che ci sei pulisci il vetro poi passa la lingua su un francobollo e spedisciti lontano pliz
Quello che si sta scaccolando incazzato perchè non riesce a prenderlo ma due dita mi sembran troppe … infatti non riesce a chiuder la bocca
Quella che è entrata a fare un giro di valzer nell’armadio questa mattina per vestirsi carina
Quella con la pelliccia
Quella che ha trovato aiuto per accender la sigaretta e adesso son in due a ballar l’alligalli
Quello che se continua così il dito gli esce dagli occhi
Quella che si è messa i jeans con la gonna e gli stivali .. figuissima
Quella con la pecora in testa
Quello con le piume che passeggia sul mio cofano che se molla il ricordino lo coppo
Quello che lo vede che non ci sta più nemmeno un piccione in questo buco di parcheggio ma lui il giro lo deve fare … e mi guarda smarrito ma tanto io non mi sposto ciccio sto qui a guardare la gente.

Spettatrice di un momento della loro vita….

Dedicata a…

… chi ama il mare come me e continuerà a credere nella magia di un sogno

 E’ quando il sole si lascia guardare
che il cielo diventa fiaba
E’ quando il sole si stà spegnendo
che tutto tace … per un momento

 inchinandosi alla vita

(Manuela)

La Tigre

Intorno a me la gente rideva, brindava… chiacchierava. Mio marito ed io eravamo in una stanza piena di gente.Niente di sfarzoso, sapeva di casa. Erano tutti nostri amici e mi sentivo protetta e serena. Ad un certo punto salutiamo ed usciamo, ci incamminiamo lungo una stradina di campagna, siamo circondati dal verde. Di fronte a noi una collinetta dal prato che sa di velluto, precede un boschetto. C’è una calma irreale, qualcuno passa e ci saluta, noi ricambiamo. Mi volto per un’occhiata alla festicciola e, mi rendo conto che si stava svolgendo in una casetta di campagna, piccola, più alta che lunga. Cambia sotto il mio sguardo, diventa una baracca… un cesso di legno come quelli che si vedono nei film… ma è un punto sicuro.

“Una tigre!”

E’ mio marito che parla. Mi giro a guardarla. Bella, possente ed elegante… la postura è d’attacco. Il mio primo pensiero…”proprio una tigre sogno!”

Iniziamo a correre, tra un bosco che non c’era. Ma dobbiamo raggiungere la baracca! Corri, corriiii. E’ vicina per forza quella baracca, ne siamo appena usciti!  Persone che prima non c’erano urlano spaventate e corrono, la tigre ci segue ne sento la presenza., come sento la presenza di mio marito ma non lo vedo più.

Ma tutto è cambiato… non c’è più nessuna campagna, siamo a New York, tra una folla  in preda al panico, tutti corrono. La tigre è dietro di noi.

“Vieni!” dice mio marito “c’è una porta aperta.” e mi trascina dentro quella che si rivela una doccia. Siamo sul piatto doccia che è già occupato per metà da un enorme cartone, dietro ad una porta di legno che non reggerebbe una zampata e che, tra l’altro nemmeno si può chiudere. La teniamo chiusa noi, mentre sbirciamo fuori attraverso le fessure.

“Non possiamo restare qui!” non sono parole è solo pensiero.

Usciamo per strada, ricominciamo a correre nella corrente formata da centinaia di persone. Una donna urla, nel piano sotterraneo del negozio alla mia destra. La tigre l’ha presa!

Una porta! Sempre a destra… è aperta, questa è massiccia! Entriamo… è un vecchio palazzo, ci guardiamo intorno, qualcuno qui ci vive. Qualche passo con il naso all’insù. Questa casa non ha piani, è un’unica enorme stanza, con libri a tappezzare le altissime pareti e legno scuro, tanto legno. Ci vivono una donna con due figli,  un maschietto ed una femminuccia, che giocano ignari del pericolo che c’è fuori. Giocano senza stringere nulla tra le mani. Una parte della casa non ha parete, la cucina.L’unica parte della casa però ad avere un soffitto, molto basso anche. Ci sono un lavandino di pietra grigia, una stufa a legna e una rete verde, troppo bassa e scaduta ci separa da due buoi, una pozzanghera con un paio di anatre. Oltre la pozzanghera una strada sterrata candida e polverosa, il caldo, una collinetta verde… e la presenza della tigre.

Dobbiamo fare qualcosa per barricarci penso.

“E’ tutto inutile!” la voce è alle mie spalle. Mi volto e mi trovo faccia a faccia con un lemure, dai denti da coniglio, che mi ride in faccia.

Al risveglio ero stordita ma divertita. Soprattutto per la strana presenza finale. Troppo curiosa di conoscer il significato che danno alla tigre nei sogni ho fatto cercato

nella rete:

La tigre nei sogni è senz’altro un simbolo che può attrarre ed incuriosire moltissimo. Per la verità questo animale non è facile sognarlo ma nel caso in cui qualcuno lo veda nel suo mondo onirico, esso può senz’altro indicare qualcosa di importante. Oggi vediamo quindi di capire cosa significa sognare una tigre, uno dei più bei felini mai esistiti sulla Terra. Cosa vuol dirci il nostro subconscio in questi casi ? La tigre è pur sempre un animale e nel sogno vuole indicarci alcuni aspetti di noi che reagiscono in maniera istintiva ed incontrollabile. Infatti, per quanto una tigre possa essere addomesticata, la sua indole è ribelle.
Sognare una tigre ci fà capire che nella realtà esiste un lato della nostra personalità che ancora non riusciamo a controllare, un aspetto che deve farci riflettere affinchè non sfoci in una situazione di rabbia verso qualcosa o qualcuno. La tigre può essere vista nei sogni quando siamo adirati contro qualcuno o qualcosa, contro una situazione che ci sembra fuori controllo. Essendo la tigre molto pericolosa ed indomabile, è così che potremmo sentirci noi.
Ma cosa significa sognare una tigre che ci gira intorno pronta a sferrare un attacco ? Bene, stiamo attenti a qualche pericolo dovuto proprio ai nostri istinti incontrollabili oppure stiamo molto attenti a qualcuno che potrebbe sferrarci un attacco da cui non poterci difendere. Se la tigre ci attacca allora il problema è più serio di quanto crediamo, perchè il nostro io è in grave pericolo preso da reazioni incontrollate. Ma potrebbe anche essere che ci sia un attacco da parte di un qualche nemico da cui noi non potremo difenderci.
Sebbene, generalmente la tigre nei sogni indichi questi aspetti, dobbiamo ricordarci che essa può anche essere vista come una protezione. Se infatti nel sogno essa ci difende dall’attacco di qualcuno o qualcosa allora è senz’altro un ottimo segno. Annotate sempre sensazioni, emozioni, colori, ambienti, persone nei sogni, per dare una giusta interpretazione e capire in quale settore della nostra vita queste energie incontrollate o questi pericoli possano venir fuori.

Accomodatevi.

Era un’estate degli anni ottanta, primo pomeriggio. Non avevo ancora vent’anni.

Vedo mamma che, dopo aver tirato a lucido il lavello e tutto ciò che può brillare in cucina, corre a mettersi in ghingheri.

“Stiamo uscendo?” Chiedo.

Mi volto e vedo papà con il gilè.

“Sì stiamo uscendo!  Dove stiamo andando?” Sperando che almeno a questo risponda qualcuno.

“Da una mia collega! Viene anche la zia Rosetta. Vestiti e non farmi fare brutta figura!” Dice mamma.

Eccola zia Rosetta che arriva, camicetta rosa e gonna in gabardine lilla. Tutta pastello insomma.

Usciamo di casa. Ero tutta eccitata una collega di mamma! Non che fossi interessata ma almeno si usciva. Per l’occasione avevo indossato il vestitino rosa mini mini. Quelli che se ti chini mostri il mappamondo.

Eccoci tutti in macchina con mamma che racconta della collega, del figlio bla bla bla… io guardo fuori dal finestrino e mi preparo al tragitto.

Dopo cinque minuti di imprecazioni di papà verso tutto quello che si muove intorno a noi, siamo arrivati.

“Scendete!” Ordina papà.

“Azz. quanta strada!” Dico io. “Venivamo a piedi almeno si prendeva una boccata d’aria!”

“La pianti?” Mi fulmina mamma mentre aiuta zia a scendere. Che poi mica era vecchia zia, non si voleva sporcare la gonna contro la portiera della macchina. Eccerto perchè papà mio ci passava il grasso intorno alle portiere una volta alla settimana!

“Ma ciao finalmente siete arrivati! Vi stavamo aspettando!” Ci accoglie la collega di mamma. “Entrate! Accomodatevi!”

Ci precede nel salotto buono. Quello che in ogni casa che si rispetti c’è. Perchè metti che arriva qualcuno un posto lindo e pulito per ricevere l’ospite ci deve essere. Anche a casa mia c’era ma, noi, ospitavamo in tutta la casa. Praticamente mamma ti lasciava camminare perchè non sapevi volare, ma, le scarpe te le toglievi fuori! Ha piovuto e l’impermeabile gocciola? Fuori! Ci avevamo l’appendiabiti fuori noi.

Il bagno non si deve sporcare metti che l’ospite deve entrarci. Tutta casa doveva essere linda e pronta ad ospitare.

Che poi quando l’ospite arrivava, mamma, lo accoglieva in cucina perchè così non si sentiva in suggestione.

“Accomodatevi! Accomodatevi!” Ripeteva la collega di mamma. la signora Rosa.

“Siediti cara, come sei diventata grande!” Mi dice prendendo una delle sedie. Avete presente quando, per non rovinare la stoffa, lasciano la plastica? Ecco! Quella plastica era vissuta. Opacizzata dagli strati di pelle di tutte le sventurate che, come me, in estate, con la minigonna, si erano sedute per poi, alzarsi di scatto.

Non potendo evitarlo accettai l’invito. Nella stanza c’era anche una poltrona. L’unica a non avere la plastica. La padrona di casa iniziò a mostrarci le trine e i merletti fatti dalle sue manine, che la ornavano. Praticamente zia si era seduta su un altare! Sprofondata tra cuscini immacolati e ricamati, zia se la godeva. Prima accavallava una gamba poi l’altra… finchè entrò il marito della collega di mamma.

“Buongiovno!” Salutò facendo il giro delle presentazioni. Il tipo aveva la evve. “Stai, stai seduta.” Mi disse. “Col piffero che mi alzo adesso!” Pensavo mentre gli tendevo la mano.

“Come sei diventata gvande!” Esclamò lui, stritolandomi una guancia. Rimasi appesa alle sue dita per un intero minuto. Bastavdo!

La conversazione iniziò e terminò con il racconto del figlio marinaio.

“Umbevto, vedessi il mio Albevto come si è fatto gvande!”

Ogni volta che il marito parlava, zia rideva e pisciava.

Era pericoloso far ridere zia a meno di non essere in bagno. Perchè zia non riusciva proprio a trattenere la pipì.

E mi bastò un suo sguardo per capire che la poltrona stava naufragando.

Iniziò uno scambio di sguardi. Il mio implorava dimmi che non è vero! Il suo scosso dalle continue risate che invece confermava la tragedia.

“Umbevto, che peccato che non vestate ancora un po’” Stavamo per andare. Tutti in piedi e zia seduta.

“Andiamo Rosa!” La chiamò mamma.

“Vieni quiiii.” Mi disse zia. “La gonna è bagnata! Stammi davanti!”

Finalmente si alzò e quel delicato color lilla era diventato viola scuro. La gonna era davanti lilla e dietro viola.

“Scusa zia, se ti sto davanti dietro ti vedono, se mi metto dietro pensano che siamo sceme!” Lei mi guardò, girò la gonna di lato, mi prese per un braccio e mi disse:

“Non ti muovere di qui!”

Due sceme uguale! Dove si muoveva una l’altra appiccicata.

I padroni di casa ebbero la brillante idea di accompagnarci alla macchina e salirci senza dare nell’occhio iniziava a diventare un miracolo. Aggiungiamo che mamma ormai qualcosa aveva fiutato, in tutti i sensi.

Appena la portiera si aprì vi lanciai dentro zia. Mi misi davanti e salutai calorosamente i padroni di casa disposta a lasciarmi appendere ancora per la guancia se necessario.

La scampai e, miracolosamente, mamma non si accorse della gonna. Sarà che zia per l’intero tragitto di cinque minuti la sventolò all’aria dei finestrini aperti…

Alcuni giorni dopo mamma tutta preoccupata parlava con papà. Stava dicendo che la collega non si faceva più viva con lei. Che fosse successo qualcosa?

Appresi che si erano appena trasferiti in quella casa. La nostra visita era stata una specie di inaugurazione!

Per questo non potevano lasciare a casa zia!

L’uccello del vicino.

Ieri mattina  mi suona il citofono, rispondo e dall’altra parte:

“Manuela ti prego ho perso l’uccello di mio marito, aiutami a trovarlo prima che lui ritorni a casa.”

Resto con la cornetta a mezz’aria e cerco di convincermi che forse non mi sono svegliata e che quello è un sogno.

“Manuuuu” la stessa voce mi perfora il timpano. Appendo il citofono e  mi affaccio direttamente dal balcone. Eccola lì che mi guarda e insiste: “Dai scendi, ho chiamato anche le altre, è piccolo puo’ essersi infilato ovunque! Metti i pantaloni che rischi di sbucciarti le ginocchia… scendi!”

Mi infilo un paio di jeans mentre mi chiedo se non sia il caso di cambiare Paese.

Eccole lì che ispezionano i giardini, due in ginocchio e una in piedi che guarda in su.

“Ha preso il volo?” chiedo alla legittima proprietaria dell’uccello.

“Non far la spiritosa e guarda se è venuto da te. Beh? Che fai impalata?” chiede seria.

Non resisto e le chiedo: “Come è fatto l’uccello di tuo marito?”

Dal cespuglio a confine con il mio giardino si sente Michela che scoppia a ridere e fa spuntare il dito medio tra le foglie.

“Micky ma che è stamattina? chiedo.

“Io le ho detto di non tenerlo sempre in mano!” risponde lei.

Guardo in giro, nessun uccello. Nel giardino di fronte c’è Lu tutta presa nella ricerca, cammina piegata a 90 emettendo un suono di richiamo ma, non oso immaginare per che tipo d’uccello. La legittima proprietaria è in ginocchio, l’altra vicina scuote gli alberi… non mi chiedo nemmeno perchè. Le guardo per un po’ poi chiedo divertita: “Ma tuo marito è uscito senza stamattina?”

“Si mi ha detto pensaci tu…” risponde.

“Quattro donne alla ricerca di un uccello e non lo troviamo….”

“Manuela smettilaa” ride la Silvia.

E Lu: ” Per forza lo vogliamo metter in gabbia per questo si nasconde, il bastardo!”

All’improvviso una voce maschile divertito chiede: “Che state facendo?”

Alzo lo sguardo ed eccolo lì, il proprietario dell’uccello perduto.

“Balliamo l’alligalli!” rispondo mentre noto che ha in mano una scatola con dei fori… aveva cambiato idea senza avvisare la moglie.

E noi con il culo all’aria per un ora… grrr